Regione Toscana

11. La morte di un anarchico

Ultima modifica 5 aprile 2018

19 marzo 1922. L'uccisione di Comasco Comaschi
Storia e giustizia di crimini fascisti a Cascina
di Francesca Gori

Il 19 marzo 1922 Comasco Comaschi, anarchico cascinese e maestro ebanista, è fermato sul Fosso Vecchio mentre è in calesse di ritorno insieme a tre compagni da una riunione a Marciana e ucciso con armi da fuoco in un agguato fascista.
Comasco Comaschi era nato a Cascina il 27 ottobre 1895 da Ippolito e Virginia Bacciardi. Comasco è influenzato per la sua formazione politico-sociale dal contesto cittadino, dove l'economia si basa sulla presenza di piccoli artigiani del legno e l'associazionismo operaio si è rivelato vivace e attivo sin dall'Unità d'Italia, e dal padre, che milita nel movimento anarchico fin dagli anni Ottanta dell'800. Comaschi è dunque tra i promotori della locale sezione della Pubblica Assistenza, stimato insegnante alla Scuola d'Arte di Cascina e abile artigiano ebanista. Sotto la sua guida il gruppo libertario di Cascina è molto attivo, come per esempio ha ricordato Ideale Guelfi, volontario nella guerra di Spagna, partigiano e primo sindaco nella Cascina liberata, che nel 1980 ha dichiarato – secondo quanto riportato nel dizionario degli anarchici italiani - che negli anni del Primo dopoguerra a Cascina gli "anarchici erano molto forti" e «Umanità nova» era "l'unica stampa di sinistra diffusa" nel territorio.
D'altra parte dopo gli anni del Biennio rosso, lo scontro con i membri delle squadre fasciste è divenuto molto forte. Numerose sono infatti le violenze e le uccisioni che gli squadristi realizzano nel 1921. La prima è quella di Enrico Ciampi, fondatore a Barca di Noce della prima sezione pisana del Partito comunista, che il 4 marzo viene ucciso da un colpo di pistola sparato da Domenico Serlupi, fascista locale, proprio mentre Ciampi si stava dirigendo verso la sua villa a San Casciano, in una dimostrazione antifascista. Domenico Serlupi è protagonista di un'altra delle vicende cascinesi di questo periodo. Il giorno successivo ai fatti di Sarzana del 21 luglio 1921 infatti impone a tutte le famiglie della zona di esporre la bandiera a lutto per i morti fascisti. Entrato nella trattoria di Luigi Benvenuti impone la stessa operazione ma, di fronte al fermo rifiuto dell'esercente, gli spara. Ne nasce uno scontro tra i presenti, in seguito al quale sia il Benvenuti, sia il Serlupi rimangono uccisi. La stessa notte quindi gli squadristi di San Frediano si recano alla Chiesanuova, dove si è costituito un gruppo antifascista composto da alcuni giovani. I fascisti hanno l'obbiettivo di sfogare la loro rabbia contro il consigliere comunale Bartoli. Non trovandolo però ripiegano verso il figlio Archimede, che viene ucciso con quattro pugnalate e viene gettato nell'acqua, nei pressi del fosso Emissario, mentre è intento ad attaccare le bestie al carro. Il 19 settembre sono invece Corrado Bellucci e Paris Profeti, Segretario della sezione giovanile del Partito socialista di Pontedera, ad essere freddati a bruciapelo, assaliti da squadristi mentre si recano a Cascina ad una manifestazione contro l'arresto del sindaco Guelfi. Le uccisioni dei rappresentanti dei partiti socialisti e dei sindacalisti hanno l'intento di controllare il territorio e portare alla distruzione dell'intera rete associativa proletaria.
In questo contesto di scontro e violenza politica, Comaschi aveva avuto un ruolo di primo piano, poiché era stato tra gli organizzatori degli Arditi del popolo a Cascina che, secondo Eros Francescangeli, contavano almeno 200 componenti alla metà di agosto 1921, che scendono però presto a una cinquantina, in seguito al giro di vite della fine dello stesso mese, che provoca l'arresto di molti di loro. È proprio in agosto che Comaschi, assieme ad altri compagni, irrompe alla cerimonia di fondazione del Fascio di Cascina, salendo su un palchetto del teatro comunale, sventolando la bandiera nera del gruppo anarchico. Alcuni mesi dopo inoltre difende alcuni suoi studenti dalle minacce fasciste.
L'omicidio di Comaschi era stato inoltre preannunciato da un'altra azione punitiva di cui era stato vittima: circa 40 giorni prima della sua uccisione infatti era stato accerchiato da circa 150 fascisti e bastonato.
Le violenze erano divenute molto gravi, e i fascisti tra 1921 e 1922 si erano molto rafforzati anche grazie alla connivenza con i carabinieri, che consentivano l'illecito porto d'armi dei fascisti, con i quali, come denunciava il capo del gabinetto del Ministero degli Interni il 22 gennaio 1922, in un telegramma al Prefetto di Pisa, "fraternizzerebbero" (cit. in F. Bertolucci, Dizionario degli anarchici italiani, BFS).
L'omicidio di Comaschi ebbe un vasto eco nella cittadina, tanto che il giorno successivo Cascina intera è in lutto: viene organizzato uno sciopero spontaneo e i negozi chiudono per lutto cittadino. Il funerale di Comasco è un momento di grande partecipazione, tanto che è stato anche definito l'ultima libera manifestazione prima dell'avvento definitivo del fascismo [Bertolucci, ]. «Umanità nova» racconta con queste parole la celebrazione:
"Cascina era tutta parata in rosso e nero. Il corteo funebre ha attraversato le vie seguito da enorme folla commossa e piangente. Dalle finestre piovevano fiori, gettati da mani gentili, sulla cassa del martire. Oltre 60 corone seguivano il corteo funebre. Ogni classe di cittadini, senza distinzione di partiti, si è unita alla manifestazione di cordoglio e di protesta" (La manifestazione di cordoglio per il compagno Comaschi assassinato a Cascina, «Umanità nova» , 26 apr. 1922).
Il giorno successivo all'uccisione di Comaschi i Carabinieri di Cascina iniziano inoltre le indagini e arrestano i presunti responsabili dell'omicidio: Pilade Damiani, Giovanni Barontini, Orfeo Gabriellini, Vasco Paoletti, Gaetano Diodati, Antonio e Italiano Casarosa, Francesco Del Seppia e Arturo Masoni. Tutti negano la propria responsabilità nell'omicidio, provvedendo a fornire prove di alibi. Anche alcuni testimoni non hanno il coraggio di denunciarli, per timori di ritorsioni e rappresaglie, così tra il 20 marzo e l'11 luglio tutti gli accusati vengono scarcerati per insufficienza di indizi e successivamente, l'8 novembre 1922 la Corte di Appello di Lucca dichiara non dover procedere per insufficienza di prove.
L'affaire Comaschi doveva però riaprirsi molti anni dopo, alla fine della seconda guerra mondiale, quando si apre la stagione dei conti con il fascismo e quando ai processi per collaborazionismo si affiancano spesso accuse sui crimini dello squadrismo degli anni '20.
Il 10 maggio 1945 intorno alle ore 19, di ritorno dal Nord, dove aveva fatto parte della GNR a Malarno (Brescia) fino alla liberazione di Bologna, Orfeo Gabriellini viene percosso dalla folla sul Corso Vittorio Emanuele, perché riconosciuto come uno dei responsabili dell'omicidio Comaschi. Il Maresciallo Adolfo Mascolo, di servizio per la vigilanza di sicurezza, sottrae quindi Orfeo Grabriellini alla furia popolare e lo porta in caserma, dove il fascista confessa la propria colpevolezza. In seguito alla nuova denuncia deposta da Vasco Comaschi, fratello della vittima, si apre quindi una nuova istruttoria. Alla fine del processo Orfeo Gabriellini, Dante Bertelli (fino ad allora rimasto fuori dall'elenco degli imputati) ed altri vengono condannati a pene tra i due e i dieci anni, ma ben presto, a seguito della fase di pacificazione siglata con l'amnistia Togliatti, godranno di larghi sconti di pena e dunque saranno scarcerati.
L'uccisione di Comasco Comaschi è una vicenda che è rimasta impressa nella memoria pubblica cascinese: è presente infatti in Piazza dei Caduti per la libertà una statua che lo celebra, un busto in bronzo in cui Comaschi è rappresentato a braccia conserte con atteggiamento risoluto a simboleggiare la decisa scelta antifascista. In occasione del 70° della liberazione saranno inaugurati i "Sentieri della libertà e della Resistenza" con i quali il Comune di Cascina, insieme all'ISREC Lucca, vuole ricordare i luoghi e le persone, tra cui Comasco Comaschi, che si sono opposte al fascismo, sacrificando la propria vita, e permettendo di aprire la strada alla libertà e alla democrazia.

Collocazione targa: Cascina, via G. Cei.